Gli Ambasciatori del Gusto contro lo spreco in cucina
“Buon appetito, la cucina senza sprechi” è stato il claim della cena speciale promossa dall’Ambasciata d’Italia in Spagna e preparata dall’Ambasciatore Alfonso Caputo presso l’Hermanedad del Refugio, la mensa sociale del quartiere Malasaña di Madrid, in occasione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo.
«E’ stata una cena molto particolare preparata con gli scarti raccolti nei mercati comunali di Madrid – racconta Caputo de La Taverna del Capitano di Nerano -. Con carcasse di pollo, scarti di pesce e di verdure, ossa di manzo ho preparato, insieme a mia sorella Mariella Caputo e al mio staff, una cena per 300 persone mettendo in tavola una zuppa con pesce, pomodoro, aglio e crostini, pasta con una salsa alla genovese preparata con ossa di manzo e cipolla e un tramezzino ripieno con carne di pollo e verdure a dadini».

Non sprecare è un dogma per Massimo Bottura che con i suoi Refettori, realizzati da Milano a Bologna, da Londra a Rio de Janeiro, serve pasti utilizzando prodotti di recupero. «Non abbiamo bisogno di produrre di più per nutrire il pianeta, ma soltanto di sprecare di meno», è solito dire lo chef modenese.

La narrazione della cena, le parole di Bottura e la campagna #iononspreco del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ci danno l’occasione di affrontare l’argomento con uno sguardo particolare ai ristoratori.
Come si fa a non sprecare nella cucina di un ristorante d’alta cucina, come si riutilizzano gli scarti e perché ancora in Italia stenta a crescere la cultura della doggy bag.
«I tempi sono cambiati, molti anni fa non c’era bisogno di chiedere la doggy bag antispreco perché tutto quello che rimaneva nei piatti del ristorante veniva gettato nel bidone per i maiali di casa – spiega Alfonso Caputo -. Adesso per evitare il bidone dell’immondizia c’è la doggy bag, da noi in tanti la chiedono dicendo che hanno un parente che è rimasto a casa o il cane cui portare i resti. In realtà ci sono ancora delle remore».
Diverso, invece, è il caso degli scarti di lavorazione di cucina. «Nella nostra cultura non si getta via nulla: con le lische prepariamo i sughi, molti scarti frullati diventano mousse. Il nostro principio è che tutto che è commestibile è utilizzabile in cucina. Per poter seguire questa strada, però, occorre una profonda conoscenza degli ingredienti e la Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) ha cambiato molto le carte in tavola».

Dalla Campania alla Lombardia, precisamente in Valtellina, affrontiamo lo stesso argomento con Franco Aliberti, Ambasciatore salernitano di Scafati che cucina al ristorante La Preséf dell’azienda agricola agrituristica La Fiorida.
«Noi produciamo nell’azienda agricola il 70% delle materie prime che compongono i piatti del nostro ristorante. Avere la coscienza della fatica del contadino, dell’allevatore, del casaro che producono la materia prima che poi portiamo a tavola aiuta molto a capire che ogni prodotto deve essere trattato con il massimo rispetto e utilizzato in ogni sua parte, scarti compresi», attacca Aliberti. «La mentalità dell’agriturismo è quella di avanzare il meno possibile, ma in generale per poterlo fare serve la molla della coscienza personale e un approccio culturale, scientifico e tecnico con le materie prime. Per evitare di sprecare serve anche attenzione nel fare la spesa: personalmente preferisco comprare di meno e farlo più spesso piuttosto che rischiare di trovarmi con materie di qualità inferiore o addirittura di scarto», continua Aliberti che della mentalità antispreco ha fatto da sempre un suo punto di forza. «Il riutilizzo degli scarti, poi, aiuta la creatività specialmente in una cucina come la mia nella quale utilizzo esclusivamente prodotti di stagione e del territorio – conclude -. Senza la lavorazione degli scarti sarebbe difficile dare vita a piatti interessanti con pochi ingredienti».
Mariella Caruso
La cucina italiana di nuovo «regina» nel mondo
CUCINA E VINO DI QUALITA’ – è tra i temi della Seconda Settimana della Cucina Italiana nel Mondo in programma dal 20 al 26 novembre. Saranno 100 i Paesi coinvolti negli oltre 1000 appuntamenti con le nostre tradizioni enogastronomiche che si svolgeranno nelle 296 sedi diplomatico-consolari e degli Istituti italiani di cultura. Tra gli appuntamenti ci sono 150 incontri con chef, show cooking, corsi di cucina e masterclass; oltre 120 tra conferenze, seminari e dibattiti sulla tradizione culinaria italiana; 200 eventi promozionali e commerciali e circa 170 degustazioni e cene a tema in cui saranno coinvolti anche gli Ambasciatori del Gusto impegnati in Canada e Israele conCristina Bowerman e Franco Pepe; in Turchia con Eugenio Boer; in Cina con Marco Sacco; in Cile con Corrado Assenza; in Spagna con Carlo Cracco e Alfonso e Mariella Caputo; in Francia con Paolo Marchi, in Russia conLuigi Nastri, Eugenio Boer, Andrea Ribaldone, Carlo Sichel e Antonio Tubelli.
GLI OBIETTIVI DELLA FARNESINA
«La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo è un’eredità di Expo 2015 in cui la rete estera della Farnesina diventa perno per la promozione delle 4 A del Made in Italy: arredamento, abbigliamento, automazione e agroalimentare», ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano presentando l’iniziativa a Villa Madama.
L’obiettivo, ha spiegato concretamente Alfano, «è contribuire al raggiungimento nel 2020 di un export di 50 miliardi di export nel settore agroalimentare. Un traguardo ambizioso ma alla nostra portata». Ad avvalorare le parole di Alfano ci sono i dati. «Già oggi – ha sottolineato il capo della Farnesina – 68 prodotti italiani sono sul podio dei prodotti agroalimentari più venduti al mondo, nel cibo abbiamo 294 denominazioni protette e tra i vini 523 tra Doc/Docg/Igt. L’Italia è seconda in Europa per superficie agricola biologica e prima come numero di imprese del settore».
Alla presentazione, oltre al ministro Alfano, ha partecipato, tra gli altri, anche il ministro per Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina.
GLI AMBASCIATORI DEL GUSTO
«Partecipiamo anche a questa edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo con grande entusiasmo raccogliendo l’invito della Farnesina per la promozione non solo delle nostre eccellenze, ma del nostro modo di stare a tavola», spiega il presidente degli Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman convinta che tutte le associazioni di operatori enogastronomici coinvolte nell’evento, dai sommelier dell’Ais ai cuochi della Fic, debbano collaborare per raggiungere l’obiettivo e non solo. Ad aiutare la comunicazione social dell’evento è stato creato l’hashtag #ItalianTaste attraverso il quale sarà possibile essere aggiornati su tutte le attività dei chef e operatori dell’enogastronomia durante i 7 giorni dedicati alla nostra cucina “all around the world”.
Mariella Caruso
La giacca fa lo chef
Quali sono le caratteristiche di una perfetta giacca da cuoco? «Deve essere fresca, traspirante e permettere facilità di movimento». A tracciare così precisamente l’abbigliamento giusto per chi passa la maggior parte del tempo in una cucina professionale è Antonio Goeldlin, 43enne imprenditore campano titolare della Goeldlin Collection Srl, azienda che da 25 anni produce abbigliamento professionale di qualità. «Realizziamo il 70% del nostro fatturato con gli chef e ambiamo a poter competere con aziende top di gamma come Bragard», continua Goeldlin le cui divise sono indossate anche dagli Ambasciatori del Gusto.

MADE IN ITALY. Proprio come gli Ambasciatori del Gusto hanno come obiettivo quello di rafforzare l’identità enogastronomica italiana, favorendo gli scambi e le relazioni di chi opera nella ristorazione in Italia e all’Estero, Antonio Goeldlin vuole farsi ambasciatore della qualità italiana delle divise in tutto il mondo. «Le nostre divise sono Made in Italy al 100%: dal filato agli accessori fino alla lavorazione tutta italiana», sottolinea Goeldlin che è stato un enfant prodige in questo campo. «Frequentavo l’istituto odontotecnico e dovetti acquistare una divisa per 40mila lire e trovai il prezzo esagerato – ricorda -. Così l’anno successivo impiegai il mio guadagno estivo da cameriere per acquistare a un prezzo inferiore una serie di divise che poi rivendetti a scuola con un buon margine di guadagno. In seguito replicai la formula anche con gli istituti alberghieri della zona. Finito di studiare, mentre mi diplomavo all’Isef, 25 anni fa decisi di realizzare in proprio quelle divise e misi su la mia fabbrica.

QUALITA’ E FUTURO. Da allora tanto è cambiato. «Da imprenditore alle prime armi mi sono trasformato in un esperto. Ho trasferito le conoscenze sui tessuti dell’antinfortunistica negli altri settori di cui ci occupiamo», continua. In particolare lo studio ha riguardato le divise di cuochi e chef. «Nelle divise professionali abbiamo sostituito il cotone con tencel e modal, due fibre naturali che permettono la traspirazione facendo sì che il tessuto a contatto con la pelle rimanga sempre asciutto, una qualità apprezzata da parte di chi sta sempre in ambienti molto caldi», sottolinea Goeldlin. Grande attenzione è riservata anche allo stile. «Oggi gli chef sono molto più esigenti, chiedono giacche più avvitate, ricami perfetti e attenzione ai particolari. Per questo i nostri modelli – conclude – ci affidiamo a una stilista che lavora nell’abbigliamento». Nel prossimo futuro, intanto, a indossare le giacche Goeldlin saranno i più importanti chef dal Nord al Sud per un libro fotografico (con ricette e biografie dei protagonisti) che racconterà al meglio Goeldlin Collection.

Mariella Caruso
L’agrolimentare italiano DOP e IGP, un patrimonio di cultura ed econonomia

Con la registrazione lo scorso 4 ottobre dell’Ossolano Dop, formaggio prodotto esclusivamente con latte intero di vacca bruna, frisona e pezzata rossa, sono 294 i prodotti agroalimentari a denominazione di origine (Dop) e a indicazione geografica (Igp) riconosciuti dall’Unione europea. «Un patrimonio importante per l’agroalimentare italiano sia in termini di cultura, sia in termini economici», sottolinea Cesare Baldrighi che, alla presidenza del Consorzio Tutela Grana Padano che mantiene da 18 anni, ha affiancato lo scorso maggio quella dell’Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche (Aicig) che, in termini economici, rappresenta il 95% delle produzioni Dop e Igp italiane.
L’AICIG – «Sono 65 i Consorzi di tutela di Dop e Igp associati all’Aicig – continua Baldrighi – il cui compito è quello di presidiare il campo legislativo italiano, europeo e internazionale. Oggi è il concetto stesso di Indicazione geografica che viene messo in discussione, soprattutto quando si devono stringere accordi internazionali come il Ceta, l’accordo di libero scambio tra l’Ue e il Canada, con il quale siamo riusciti ad ottenere di 41 prodotti». Oggi sono in discussione analoghi accordi con Cina e Giappone e, anche in questo caso, «stiamo cercando di ottenere tutele per il maggior numero di prodotti». Il perché non si possono ottenere tutele per tutti i 294 prodotti italiani Dop o Igp è presto detto. «Molti di questi prodotti – puntualizza Baldrighi – hanno una connotazione strettamente locale e non hanno le potenzialità per arrivare sui mercati internazionali».

ECONOMIA E CULTURA – Se la questione legislativa è fondamentale in quando strettamente connessa con quella economica legata alle esportazioni, «in crescita per tutti i prodotti agroalimentari dei Consorzi aderenti all’Aicig», non è meno importante quella legata alla comunicazione dei Consorzi di tutela. «Non sempre il consumatore conosce i prodotti Dop e Igp: dietro ognuno di questi ci sono tradizioni e cultura che non può essere persa – argomenta – E se in Italia capita di avere il problema, come avviene nel caso del Grano Padano, dell’identificazione da parte del consumatore del prodotto tutelato come un marchio privato, all’estero abbiamo la necessità di far conoscere e di spiegare il prodotto. In aiuto arrivano i bandi per la comunicazione dell’Unione Europea che recentemente ha messo a disposizione 180 mln di euro per progetti finanziabili al 75%».

GLI AMBASCIATORI DEL GUSTO – «Quello che gli Ambasciatori del Gusto possono portare al sistema delle Dop e delle Igp è un contributo fondamentale perché questi prodotti del Made in Italy devono essere presentati e, soprattutto all’estero, deve essere spiegato il loro utilizzo. In questo il ruolo dell’alta cucina e degli Ambasciatori, esperti nella conoscenza dei prodotti e nel loro utilizzo, è essenziale – conclude Baldrighi -. Ne sono una prova le esperienze fatte durante la Settimana della cucina italiana nel mondo».
Mariella Caruso
World Pasta Day, oggi il mondo festeggia lo spaghetto al pomodoro
Il 25 ottobre di ogni anno Sua Maestà la pasta viene festeggiata in tutto il mondo. Dopo Milano, in occasione dell’Expo 2015 dedicato a “Nutrire il pianeta”, e Mosca in questo 2017 è San Paolo a ospitare il World Pasta Day, l’evento internazionale dedicato stavolta allo «spaghetto al pomodoro» che vede l’Ambasciatore del Gusto Antonino Cannavacciuolo tra i tre testimonial. Ma, mentre su Twitter si celebrerà la spaghettata virtuale al pomodoro, in Italia si discute del Decreto sull’etichettatura della pasta voluto dai ministri Calenda e Martina. Dal 17 febbraio 2018 sulle confezioni di pasta secca prodotte di grano duro in Italia dovranno essere riportate obbligatoriamente in etichetta il paese di coltivazione del grano e quello di molitura/macinazione. «Da metà febbraio avremo finalmente etichette più trasparenti sull’origine di riso e grano per la pasta – ha spiegato il ministro Martina -. È una scelta decisa che anticipa la piena attuazione del regolamento europeo 1169 del 2011. Il nostro obiettivo è dare massima trasparenza delle informazioni al consumatore, rafforzando così la tutela dei produttori e dei rapporti di due filiere fondamentali per l’agroalimentare Made in Italy». Il condizionale, però, è d’obbligo.

LA POSIZIONE DELL’AIDEPI – L’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta italiane (Aidepi), infatti, ha presentato il ricorso al Tar del Lazio contro il decreto «perché – sostiene il presidente dei pastai dell’Associazione Riccardo Felicetti – è fatto male: non informa correttamente il consumatore e rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità è l’origine del grano. E questo non è vero». Per spiegare i propri motivi i pastai industriali, che «dicono sì a una etichetta di origine trasparente per il consumatore e forte per la filiera», hanno argomentato il loro no in 7 punti chiamando in causa l’articolazione del Decreto, il fatto che non esista una normativa europea univoca, che non tutta la pasta sarà etichettata (sono escluse, tra le le altre, quella fatta con grani Igp e la pasta fresca) oltre a far rischiare, aggiungono «di far perdere all’Italia il suo primato nella produzione della pasta entro 10 anni».

I COLTIVATORI. Dal canto proprio la Coldiretti utilizza il World Pasta Day per plaudire al decreto etichetta che, stando a una consultazione pubblica on line sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche Agricole alla quale hanno partecipato 26.000 persone, è richiesta dall’85% dei consumatori. «Si tratta – ha scritto la Coldiretti in un comunicato diffuso proprio in vista del 25 ottobre – di un provvedimento fortemente sostenuto per garantire maggiore trasparenza negli acquisti e fermare le speculazioni che hanno provocato il crollo dei prezzi del grano italiano al di sotto dei costi di produzione che ha provocato una drastica riduzione delle semine. Con l’etichetta arriva un giusto riconoscimento del lavoro di oltre trecentomila aziende agricole italiane che lo coltivano, ma anche la valorizzazione un territorio di 2 milioni di ettari coltivati».

GLI AMBASCIATORI DEL GUSTO – C’è, poi, chi la pasta la impiatta: i cuochi tra i quali anche quelli degli Ambasciatori del Gusto. «È da apprezzare lo sforzo del ministro Martina che ha tentato, tramite un decreto, di fare qualcosa di importante per la protezione del consumatore proteggendo anche l’industria della pasta, elemento imprescindibile della dieta italiana – sottolinea il presidente degli Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman -. Altrettanto apprezzabile è la posizione dell’Aidepi che, con chiarezza, ha esposto una serie di controindicazioni che annullerebbero lo sperato effetto benefico del Decreto sull’etichettatura in questione. Quello che ci si augura è uno sforzo comune che vada nella stessa direzione e che possa garantire le esigenze fondamentali da ambedue le parti. La tentazione dell’immobilità deve essere superata dall’ambizione di trovare una soluzione che promuova il Made in Italy in maniera proficua e intelligente».
Mariella Caruso
Il G7 dell'agricoltura s'impegna contro la fame
«Insieme per migliorare il futuro». È l’intento degli Ambasciatori del Gusto. Ma quale futuro? Quello dell’agroalimentare che sta alla base del gusto italiano e, a cascata, quello di chi quelle materie prime le trasforma e le serve in tavola. Chi tratta, però, in qualsiasi modo la materia “cibo” non può non considerare l’altra faccia della medaglia, quella di chi soffre la fame: secondo i dati 2015 del World Food Program 795 milioni di persone nel mondo. «Oggi sono 815 milioni», ha sottolineato il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, intervenendo all’evento Fame Zero, e richiamando i Ministri dell’Agricoltura del G7 riuniti a Bergamo, alle loro responsabilità.

Negli incontri del G7 dell’Agricoltura che si sono svolti lo scorso weekend del capoluogo orobico i Ministri partecipanti hanno affrontato il tema con l’obiettivo dichiarato di portare «500 milioni di persone fuori dalla fame entro il 2030». Per questo, come ha detto il ministro Maurizio Martina, è stata adottata all’unanimità la “Carta di Bergamo”. Una serie di indicazioni programmatiche atte a preservare il reddito dei piccoli agricoltori dalle crisi climatico-ambientali dando mandato alla Fao di studiare un programma di azioni e individuare una definizione unitaria di evento catastrofico. Le altre indicazioni sono la maggiore cooperazione agricola con l’Africa dove il 20% della popolazione soffre di povertà alimentare; una maggiore trasparenza nei prezzi del cibo in difesa del ruolo degli agricoltori nelle filiere; l’adozione di politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio e, non ultimo, battere lo spreco alimentare che oggi coinvolge un terzo della produzione alimentare mondiale.
Non è un paradosso mettere questi temi tra quelli in evidenza per gli Ambasciatori del Gusto: la scelta degli ingredienti, la giusta remunerazione dei fornitori e la lotta allo spreco sono tutti obiettivi più che perseguibili per chi si muove dell’ambito dell’enogastronomia. «Ci sono temi sui quali dovremo aumentare ancora gli sforzi, come la protezione dei suoli e la biodiversità, la maggiore trasparenza nella formazione del prezzo del cibo e la riduzione radicale dello spreco alimentare. Su questi fronti serve più consapevolezza, ognuno deve sentire forte la propria responsabilità», ha concluso il ministro Martina spiegando il perché a Bergamo ci sono stati molti incontri sul tema del diritto al cibo in continuità con Expo Milano.

«Se sono 815 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame ogni giorno ce ne sono 1,5 miliardi obese. Ci sono anche 36 milioni di persone che ogni anno muoiono per mancanza di cibo e 29 milioni che periscono per malattie dovute ad un eccesso di cibo – commenta concludendo la presidente di Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman –. Expo 2015 ha permesso di puntare i riflettori su questo grande e complesso tema, lanciando un guanto di sfida e noi tutti, senza esitare, abbiamo raccolto. Insieme al Governo, alle istituzioni, associazioni e amici coinvolti, anche noi Ambasciatori del Gusto combattiamo ogni giorno questa grande guerra del diritto al cibo che, come ha ribadito anche Papa Francesco durante la giornata mondiale dell’Alimentazione, non consente a milioni di esseri umani di guardare al futuro con fondata fiducia».
Mariella Caruso
Dai progetti alla realtà del fare: la sfida degli Ambasciatori del Gusto

“Italia-Mondo, Andata e ritorno” è il tema scelto dagli Ambasciatori del Gusto per il primo convegno nazionale. A un anno dalla nascita dell’Associazione, all’Open Colonna di Roma, si è discusso di fiscalità, formazione, valore del Made in Italy e della sfida che il cibo italiano dovrà affrontare nel 2018. «Si tratta di temi importanti che per passare dalla fase della progettualità a quella della “realtà” hanno bisogno dell’appoggio e del supporto di tutti gli Ambasciatori del Gusto. Occorre lavorare uniti per lo sviluppo del sistema Italia per diventare polo di aggregazione permanente di tutte le realtà», ha detto aprendo i lavori del convegno la presidente degli Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman.

FISCALITÀ, LA GIUSTA RICETTA. Quali sono le sfide per passare dalle stelle al firmamento? È questo il quesito posto dall’economista Severino Salvemini convinto che si possa, volendo, «coniugare l’alta artigianalità con l'”industrializzazione” a dispetto del continuo osannare il concetto di “piccolo e bello”. Anche nel campo della ristorazione ci si deve presentare come azienda e non come persona fisica e pensare alla successione perché l’azienda deve essere vivere nel tempo e occuparsi della ricerca dei capitali e dell’organizzazione». Non mancano, però, le criticità. «Ci vuole attenzione perché – ha sottolineato il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Roma, generale Cosimo Di Gesù – l’indice di infiltrazione criminale nelle attività di ristorazione è molto alto: sul 5,1% di imprese confiscata nel Lazio, il 30% sono attività di ristorazione e alberghi». In definitiva «la tutela contro la concorrenza sleale (fatta da chi per motivi diversi offre piatti a costi più bassi di quelli di mercato, ndr), lo sviluppo di un business plan che aiuti a portare avanti un concept moderno e la collaborazione attiva con la Guardia di Finanza e i commercialisti», ha riassunto la presidente degli Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman, «sono i punti dai quali far partire le sfide per il futuro».

L’IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE. «È la questione che necessita di più tempo», argomenta l’Ambasciatore del Gusto, consigliere dell’Associazione, Carlo Cracco, presentando il modello studiato per il Centro di Formazione professionale di Amatrice (oggi trasferito a Rieti perché la sede è stata distrutta dal terremoto del 2016) che prevede 5 moduli di eccellenza tenuti da Renato Bosco, i fratelli Serva, Marco Stabile, Mariella Caputo e Marco Reitano. Un progetto che ha l’ambizione di andare oltre. «La nostra intenzione di Ambasciatori è andare nelle scuole, magari abbracciando l’istituto alberghiero territorialmente più vicino a ognuno di noi, per portare lo stesso modulo studiato per Amatrice e far capire quanto sia importante la formazione che non bisogna dimenticare viene prima dell’esperienza che si fa sul campo: la formazione, infatti, attiene a gesti precisi che devono essere patrimonio di chi vuole fare questo mestiere». Anche «la formazione di qualità dei mestieri della ristorazione può essere esportata anche più della mozzarella», ha spiegato poi Alberto Capatti, professore universitario e storico della gastronomia italiana che con Niko Romito, chef del Ristorante Reale di Castel di Sangro, Anna Maria Zilli, presidente Renaia e il neo diplomato all’Alberghiero Maggia di Stresa hanno animato il panel “L’importanza della formazione” mettendo in luce i limiti dell’istruzione pubblica alberghiera «i cui programmi ministeriali sono fermi agli anni 80» a dispetto delle iscrizioni in crescita a causa del boom mediatico che ha fatto risalire il prestigio sociale del cuoco. Cosa che, al contrario, non è avvenuta per il mestiere del cameriere.

LA CULTURA DEL VALORE DEL MADE IN ITALY. «Otto anni fa mentre lavoravo da Heinz Beck ho ricevuto la proposta di gestire il Ginza Tower Tokyo», ha raccontato aprendo il terzo panel del convegno Italia-Mondo, Andata e ritorno l’Ambasciatore del Gusto Luca Fantin che dopo aver importato per due anni prodotti italiani ha cominciato «a costruire dei rapporti con piccoli produttori e aziende giapponesi che producevano ingredienti della cucina italiana creando una microeconomia sul territorio. Dopo qualche anno ho cominciato a raccogliere i risultati della cucina italiana contemporanea». A dispetto della sua voce pacata a dare una sferzata sono state le provocazioni del pluristellato Ambasciatore del Gusto Enrico Bartolini. «Non basta il racconto del piatto ad attirare quando si apre un ristorante all’estero», ha detto lo chef del Mudec di Milano continuando sulla necessità di valorizzare il «lavoro di sala. Ai camerieri chiediamo troppo: dovremmo avere trumenti per dargli una mano, non possiamo più concedere tempo libero o dare loro la divisa nuova. La verità è che la loro retribuzione in Italia è molto penalizzata dalla tassazione». A parlare di prodotti italiani, «già patrimonio culturale dell’Unione Europea», dell’«italian sounding che non riusciamo a sfruttare perché occorre ripensare con maggiore consapevolezza alla forza dei nostri prodotti e a un Made in Italy molto più strutturato», è stato Stefano Vaccari, capo dipartimento dell’ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari. A parlare, invece, della prossima Settimana italiana della cucina italiana nel mondo (20-26 novembre 2017) è stato Cristiano Musillo. In chiusura del panel l’on. Dorina Bianchi, sottosegretario del Mibact, ha ricordato che il «Made in Italy è il 3° marchio più conosciuto al mondo dopo Coca Cola e Visa e la forza del turismo sta anche nel cibo italiano che gli stranieri in visita nel nostro Paese considerano un metro di giudizio per valutare la propria vacanza».

2018: LA GRANDE SFIDA DEL CIBO ITALIANO – «Uno dei punti di debolezza della filiera è il sistema distributivo – ha affermato Luca Bianchi, capo dipartimento delle Politiche competitive del Mipaaf -. Bisogna accompagnare il processo di distribuzione con quello della divulgazione e della conoscenza della cucina italiana perché il cuoco è uno strumento per far viaggiare il prodotto che arriva da un sistema di piccole e medie imprese che fanno fatica a trattare con la gdo internazionale». Per questo, ha spiegato Bianchi, la strategia del Dipartimento che dirigo è cambiata dicendo basta alle piccole campagne e favorendo invece gli accordi con la grande distribuzione internazionale». Tema correlato è quello dei Consorzi, «che rappresentano centinaia di produttori», come sottolineato da Nicola Cesare Baldrighi, presidente dell’Associazione italiana Consorzi Indicazioni Geografiche. In chiusura spazio alla Tutela della Amatriciana la cui ricetta, entro la fine del 2018, dovrebbe poter fregiarsi del bollino Stg europeo. «Il disciplinare della Amatriciana tradizionale è stato definito la scorsa settimana e sarà indicazione di un tema di carattere culturale come valore di un territorio – ha aggiunto Bianchi -. Entro la fine dell’anno cercheremo di mandare a Bruxelles il disciplinare così da poter avere entro il 2018 un piccolo tassello per dare un’occasione di rinascita e orgoglio di un territorio colpito duramente dal terremoto».
Mariella Caruso
Formazione è sinonimo di crescita e successo professionale
Tema fondamentale in un mondo della ristorazione in continua evoluzione è la formazione. Cuochi, personale di sala, maître, sommelier sono il risultato della loro formazione. Per questo gli Ambasciatori del Gusto metteranno al centro della seconda tavola rotonda del convegno “Italia-Mondo Andata e ritorno” organizzato all’Antonello Colonna Open il 2 ottobre in occasione del primo compleanno dell’Associazione proprio «L’importanza della formazione». A dibatterne saranno lo storico della gastronomia italiana, nonché professore universitario Alberto Capatti, l’Ambasciatore del Gusto Niko Romito e la presidente della Rete Nazionale Istituti Alberghieri Anna Maria Zilli.
«Formare è un verbo e pertanto implica un’azione che è il contributo e lo stimolo alla crescita della persona sia dal punto di vista umano che professionale. La formazione fa parte della nostra vita, della nostra filosofia di pensiero e poiché tende al miglioramento c’è bisogno di risorse affinché questo passaggio di conoscenze avvenga nei modi e nei tempi adeguati. Le scuole questo lo sanno bene e gli istituti alberghieri hanno radicato il senso profondo di questo percorso come cammino di accompagnamento per la formazione della mente insieme a quella della mano e del cuore», spiega proprio la professoressa Zilli che è alla presidenza di Re.Na.I.A, una realtà consolidata e ben radicata in tutti i territori che coinvolge scuole storiche e famose, altre neonate e poco conosciute, in realtà piccole e grandi, di regioni vicine e lontane unite, però, dalle stesse finalità, «favorire nei giovani percorsi di formazione e istruzione per un futuro di crescita e successo professionale».
«Sappiamo – continua – che in ognuno di noi vi sono competenze diverse e che tutte vadano sviluppate per raggiungere livelli positivi. Nello stesso tempo ognuno di noi è unico e in questo cammino elabora in modo personale le capacità raggiungendo con impegno e determinazione anche livelli di eccellenza. La diversità arricchisce e noi degli Istituti alberghieri lo sappiamo bene. E sappiamo anche che la passione ci porta lontano. Chi sceglie questo settore ha sviluppato una sensibilità particolare: in realtà opera per il benessere degli altri e ne è felice, fa sì che dai semi nascano “frutti”, dalla farina il pane, cibo per l’altro prima che per sé. Lo stare insieme e il fare squadra si sperimenta e si vive nei nostri laboratori e nelle nostre scuole dove esiste la “brigata” ed ognuno sa che il risultato finale dipende da ogni componente ed è il frutto del contributo di tutti: questo è un aspetto formativo importantissimo. Le nostre lezioni sono lezioni di vita oltre che di scuola e i momenti della classe tradizionale grazie ai laboratori e alle esperienze di settore la trasformano in un gruppo».
«E’ evidente che non possiamo non occuparci in primis della formazione per gli studenti ma anche per i docenti, per i direttori dei servizi amministrativi, per i dirigenti stessi perché è preziosa per tutti e se ben attuata è un volano per i professionisti del nostro settore e per le nostre scuole. Dopo Expo abbiamo poi maturato la coscienza del valore delle nostre bontà, delle nostre tradizioni, dello stile e di un gusto che è solo Made in Italy e ne andiamo fieri – sottolinea la presidente -. Il mio pensiero va allora, in questa occasione, ad Amatrice alle profonde ferite che la natura ha inferto a quella terra e a quella gente ma penso soprattutto ai ragazzi che ora non hanno una scuola dove imparare e sperimentare tutto questo, dove sia possibile mantenere e tramandare quel sapere sui prodotti del territorio, quegli aromi e quei sapori che provengono dalla genuinità custoditi in ricette antiche, amate e richieste da uomini che ancora oggi ne sentono il bisogno. Una tradizione che va preservata e custodita gelosamente perché è parte della nostra identità e costituisce un tesoro che il mondo ci riconosce. L’Amatriciana deve rimanere ancorata a quel territorio perché è il frutto di quel luogo, di quel clima di quella tradizione, delle mani sapienti di quegli uomini, non facciamo sì che venga “clonata” perché allora perderebbe valore e con lei andrebbe disperso anche il nostro sapere».
Mariella Caruso
Ristorazione italiana al bivio: solo cuochi o anche imprenditori?
“Fiscalità: la giusta ricetta” è il tema che aprirà il convegno degli Ambasciatori del Gusto “Italia-Mondo Andata e ritorno” organizzato all’Antonello Colonna Open il 2 ottobre in occasione del primo compleanno dell’Associazione che si propone di rafforzare l’identità enogastronomica italiana, favorendo gli scambi e le relazioni di chi opera nella ristorazione in Italia e all’Estero, trasmettendo il rispetto per il cibo, evitando gli sprechi e promuovendo la sostenibilità ambientale.
«Normalmente cuochi o chef provengono da un background scolastico specialistico nelle professionalità della cucina. Sono abili o particolarmente talentuosi nella preparazione dei piatti, nella conoscenza dei vini e, via via, si sono poi allargati nella gestione di sala e nella gestione dell’efficienza dei conti», argomenta Severino Salvemini, economista e professore ordinario di organizzazione aziendale all’Università Bocconi di Milano che con il presidente degli Ambasciatori del Gusto Cristina Bowerman, il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Roma generale Cosimo Di Gesù e il vicepresidente Fipe Confcommercio di Roma Massimo Guarneri parteciperà alla tavola rotonda “Fiscalità: la giusta ricetta”. «L’azienda è qualcosa di più di un ristorante: significa gestire risorse umane, occuparsi degli aspetti finanziari, preoccuparsi del marchio e del brand della ristorazione e, successivamente, anche occuparsi impreditorialmente della strategia prospettica», continua.
«Faccio un esempio: nel momento in cui un ristoratore conquista una stella potrà dover decidere se andare alla ricerca della seconda stella, se replicare il ristorante geograficamente o se allargarsi con un altro format ristorativo – spiega Salvemini -. In genere gli chef alle prese con questo tipo di problematiche possono essere un po’ in difficoltà: è complicato, infatti, per uno chef assumere anche il ruolo di imprenditore o di amministratore delegato. Probabilmente, è anche giusto che sia così perché uno chef non deve obbligatoriamente essere un imprenditore. Questa è una storia che si ripete in altri settori che hanno in sé elementi estetici come la moda, il design, dove stilista o designer spesso non incarnano la figura dell’imprenditore che porta avanti l’azienda. Moda e design italiano, però, sono riusciti a crescere fino a diventare una potenza internazionale. Questo non è ancora riuscito al settore della ristorazione che continua a essere molto domestico. In questo momento siamo ubriacati da una campagna mediatica che fa sembrare gli chef i nuovi eroi, ma questo vale solo entro i nostri confini. Economicamente parlando le grandi potenze non sono italiane, ma catene tedesche, francesi, inglesi a volte capitanate da grandi chef come Gordon Ramsey, Alain Ducasse, Daniel Boulud. Questo è un tema importante dal punto di vista aziendalistico che merita una riflessione».
Riflessione che sarà fatta al Convegno insieme al focus sulla fiscalità.
«Non è detto che per la ristorazione italiana la strada obbligata sia quella di crescere, esistono anche nell’ambito degli Ambasciatori del Gusto ristoratori che preferiscono rimanere piccoli, però occorre rendersi conto che in questo modo la presenza italiana così come la sua forza internazionale rimarrà piccola e circoscritta. Bisogna capire allora se la presenza degli Ambasciatori fuori dai nostri confini, spinta anche dal Ministero degli Esteri, deve rimanere solo un esempio di creatività o trasformarsi invece in qualcosa di carattere economico serio e conquistare quote di mercato anche all’estero».
Mariella Caruso
"7 Chef per Amatrice" Serata di beneficenza a Roma
“7 CHEF PER AMATRICE” è il tema della cena di beneficenza organizzata dagli Ambasciatori del Gusto per festeggiare il primo compleanno dell’Associazione nata un anno fa per rafforzare e valorizzare la cultura agroalimentare ed enogastronomica italiana in uno spirito di collegialità e di mutua condivisione. È questo lo spirito con cui il 2 ottobre a Roma, all’Antonello Colonna Open, gli Ambasciatori del Gusto daranno vita a una serata speciale che unirà il gusto della cucina d’autore in un menù ispirato ad Amatrice, territorio di eccellenza gastronomica conosciuta a livello mondiale colpito un anno fa dal terremoto, a una raccolta fondi da destinare all’Istituto Alberghiero di Amatrice per il progetto “Fare formazione” che prevede la creazione di percorsi formativi d’eccellenza per gli studenti con il coinvolgimento degli Ambasciatori del Gusto.
All’evento di solidarietà “7 CHEF PER AMATRICE” prenderanno parte il padrone di casa Antonello Colonna con Ama-trice 2. a capo, il pluristellato Enrico Bartolini con Gnocchi di amatriciana con tenerezza di vitello e salsa tradizionale, il gelatiere Paolo Brunelli con Sibillino, la giovane siciliana che ha conquistato la sua stella nell’isola di Salina Martina Caruso con Cous Cous all’Amatriciana, lo chef vegetariano stellato Pietro Leemann con Penso, quindi sono e i Maestri pizzaioli Francesco e Salvatore Salvo con Il Vesuvio incontra Amatrice.

«Mi sono messo a disposizione di questa iniziativa con lo stesso spirito degli altri sei colleghi con i quali abbiamo deciso di rivisitare l’Amatriciana – dice l’Ambasciatore del Gusto Antonello Colonna -. Si tratta del primo congresso degli Ambasciatori del Gusto, ci riuniremo a Palazzo delle Esposizioni e concluderemo con questa cena di beneficenza il cui ricavato verrà devoluto al progetto “Fare formazione” dell’Istituto Alberghiero di Amatrice. La mia interpretazione dell’Amatriciana parte da un concetto ispirato al futuro: Ama-trice 2. a capo dove c’è tutto il senso di voler fare ripartire il cuore di una città legata profondamente alla cucina italiana. Il mio piatto si presenta sotto forma di un raviolo con tutto il sapore dell’Amatriciana che si ritrova dentro il raviolo. Si mangia col cucchiaio e sarà come assaggiare un boccone di bucatino all’Amatriciana».

«Il mio piatto sarà uno gnocco ricostruito con tutti gli ingredienti della salsa Amatriciana che accompagnano un pezzo di carne superfondente sporcata con una salsa tradizionale di arrosto e con una salsa delicata di rafano – afferma, invece, l’Ambasciatore del Gusto Enrico Bartolini -. Il piacere è quello di essere uno degli Ambasciatori del Gusto esecutori di questa cena in questo momento dedicato ad Amatrice. È bello perché, al di là delle cose che accadono, in cucina ci si ritrova per discutere, programmare, essere felici insieme e quando è possibile fare dei buoni gesti attraverso chi gode di questi piatti che possono essere di stimolo alla popolarità del Paese che ne ha fatto la storia».

«Sono marchigiano e abito vicino alle realtà colpite dal terribile terremoto. È dunque chiaro che il mio spirito verso questa importantissima serata è ancor più sentimentale, di memoria, ricco dei ricordi della paura di quei giorni – spiega l’Ambasciatore del Gusto Paolo Brunelli -. É un approccio che non dimentica il disastro lasciato dalle scosse ma nemmeno l’entusiasmo per rinascere, per tornare a vivere, ad emozionarsi, l’entusiasmo per qualcosa che riprenderà fiato. Si cucina, si lavora per una buona causa, non c’è spinta migliore, non c’è obiettivo più centrato». «Il mio piatto – continua il gelatiere – è un omaggio alla tradizione italiana di gelateria, arricchito con prodotti della zona marchigiana colpita dal terremoto, come uno zabaglione al vino cotto e l’utilizzo del pecorino dei monti Sibillini. Il tutto è impreziosito da una granella di guanciale di Amatrice caramellate per conferire in qualche modo un ricordo del piatto rimanendo comunque legato a un concetto di dessert. Si giocherà quindi su un equilibrio tra dolcezza, sapidità e saporosità».

«Essendo di San Giorgio a Cremano siamo vicini a una terra che è stata martoriata dal terremoto e con la quale condividiamo certe disavventure geologiche. Siamo onorati – spiega Salvatore Salvo che parteciperà alla cena “7 Chef per Amatrice” con il fratello Francesco – di essere tra gli Ambasciatori del Gusto a rappresentare la pizza napoletana in un appuntamento come quello organizzato all’Open Colonna per sostenere un progetto per il Centro di Formazione Professionale Alberghiero di Amatrice». «Il nostro piatto si chiama “Il Vesuvio incontra Amatrice”. Si tratta – spiegano i fratelli Salvo – di una montanara, ovvero un disco di pasta fritta che, invece del tradizionale condimento con ragù o la salsa di pomodoro fresco con abbondante formaggio, rivisiteremo alla Amatriciana. Stavolta il sugo di pomodoro del Piennolo tipico del Vesuvio lo cucineremo alla Amatriciana con un fondo di guanciale e infine guarniremo la nostra montanara con pancetta croccante e una spuma di pecorino romano».

«Ringrazio per essere stata chiamata a partecipare a questa importante manifestazione dallo spirito nobile e solidale. Come ha detto il padrone di casa Antonello Colonna – dice Martina Caruso – sarà un’occasione unica, una serata di gola, di testa e di cuore. Tutti vicini ad Amatrice e alle popolazioni colpite dai terremoti. Con Ambasciatori del Gusto per contribuire a un’opera buona. La mia scelta è quella di portare un piatto all’Amatriciana con base cous cous che sarà piastrato con il guanciale e il suo grasso, un infuso di pecorino e il cuore del pomodoro marinato. A questo unirò i capperi di Salina precedentemente conservati in sciroppo di sambuco».

«È bello partecipare a un evento come “7 Chef per Amatrice” che alimenta la catena di solidarietà attraverso la cucina che, da sempre, è uno strumento che lega. Poterlo fare attraverso un piatto simbolo della tradizione di una terra che è stata colpita così duramente è ancora più importante perché l’Amatriciana diventa un simbolo che sopravvive alle difficoltà e ai campanilismi», dice Pietro Leemann. Da chef vegetariano la sua elaborazione dell’Amatriciana non prevede l’utilizzo del guanciale. «Il mio piatto sarà realizzato senza carne – continua – e, come faccio da sempre al Joia, gli elementi saranno separati: il tortino di spaghetti condito con cipolla rossa e arrostito sarà appoggiato da una salsa di concentrato di pomodoro. A richiamare il guanciale, invece, sarà il cavolfiore affumicato e il tutto sarà rifinito con fogliolino di aneto. Ho chiamato questa rivisitazione “Penso, quindi sono” per rappresentare il fatto che ogni essere pensante può trasformarsi in ciò che vuole superando ogni difficoltà».
Mariella Caruso
“7 CHEF PER AMATRICE” è un evento di solidarietà aperto a tutti, al quale sarà possibile partecipare con un contributo a partire da 50,00 euro a persona.
La prenotazione è obbligatoria. Per info e prenotazioni scrivere all’indirizzo: 2ottobre@ambasciatoridelgusto.it. I biglietti sono acquistabili tramite Eventbrite, cliccando qui.









